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«Le ciclovie montane lecchesi? Colate di cemento tra i boschi»

Lecco (Lècch) - «Osservando ad esempio i lunghi tratti cementati che caratterizzano il nuovo percorso tra Sant’Egidio, sopra Bonacina, e Ballabio, non possiamo non chiedere: è questo che i promotori delle ciclovie intendono con «recupero e alla valorizzazione di antiche vie di collegamento»? Lo chiede il Coordinamento Difendiamo la Montagna, aprendo la questione delle nuove ciclovie montane.

Nel mirino del Coordinamento Difendiamo la Montagna le nuove ciclovie montane, in special modo quelle che si stanno realizzando sulle montagne lecchesi in base al progetto della Transorobica.

Una questione prioritaria per gli ambientalisti, «sia perché - spiegano - riteniamo che resti troppo sottovalutata e considerata in modo superficiale, nonostante i numerosi rischi concreti che comporta per i territori che ne restano coinvolti, e sia perché le testimonianze che di continuo raccogliamo sul campo palesano giorno dopo giorno il notevole impatto dei nuovi tracciati e la loro evidente discutibilità, che crediamo non possa sfuggire a nessun frequentatore attento delle nostre montagne».

Il Coordinamento prende ad esempio «i lunghi tratti cementati che caratterizzano il nuovo percorso tra Sant’Egidio, sopra Bonacina, e Ballabio». E denuncia: «Non possiamo non chiedere: è questo che i promotori delle ciclovie intendono con «recupero e alla valorizzazione di antiche vie di collegamento? Del cemento sparso a profusione su terreno naturale tra i boschi dopo aver devastato il precedente storico itinerario escursionistico?».

«Inoltre - proseguono -, constatando le immagini riprese con un drone e pubblicate dalla pagina Instagram Valsassina Xplore, parimenti chiediamo: è questo che i promotori delle ciclovie intendono con "valorizzazione del territorio" e "salvaguardia e tutela dell’ambiente"? Uno sfregio serpeggiante lungo l’intero versante che adduce al Passo del Toro il quale assomiglia ben più a una vera e propria strada piuttosto che a un itinerario escursionistico, visibile anche a grande distanza, che pure qui ha cancellato il precedente sentiero, certamente bisognoso di manutenzione ma non certo di tale devastazione».

Da qui una raffica di domande che il Coordinamento pone ai promotori delle nuove ciclovie, tra cui: quale modello di turismo viene imposto da queste opere? Quale cultura della frequentazione montana si vuole sostenere? In generale, quale idea di montagna vorrebbero comunicare queste opere? Inoltre, la manutenzione di questi tracciati: è stata programmata? Chi se ne sobbarcherà l’onere? Con quali risorse? Quali garanzie autentiche circa i rischi da dissesto idrogeologico sono state contemplate?

«D’altro canto - sottolineano -, è assolutamente significativo che tra le voci più critiche verso queste nuove ciclovie ci siano proprio quelle della comunità dei bikers di montagna nella sua stragrande maggioranza e con in prima fila le guide di mountan bike, che a loro volta hanno più volte rimarcato sulla stampa che nessuno della loro comunità ha mai richiesto tutti questi nuovi tracciati e che la loro realizzazione, per come si è concretizzata, rappresenta non solo un degrado ambientale dei territori montani coinvolti ma anche uno svilimento della pratica cicloescursionistica autentica, che come ogni altra montana si basa su una grande consapevolezza culturale di ciò che è la montagna e sulla conseguente sensibilità nei confronti dell’ambiente e del paesaggio delle Terre alte».

La conclusione del Coordinamento è che «non sono opere del genere, così tanto impattanti in senso ambientale e paesaggistico e così poco basate sulla cura dei territori coinvolti e sull’interlocuzione con le loro comunità, a poter generare un autentico sviluppo e una valorizzazione virtuosa delle nostre montagne. La loro realizzazione, per come si sta attuando, non può essere accettabile e ammissibile, e l’eventuale esecuzione di nuovi tratti della Transorobica va sospesa e per quanto possibile fermata».

Infine, l'appello ai frequentatori delle montagne lecchesi a inviare le immagini fotografiche eventualmente scattate al cospetto delle nuove ciclovie all’indirizzo email del Coordinamento, info@difendiamolamontagna.it.

«La questione - concludono - non è affatto da sottovalutare e considerare con troppa leggerezza: è in gioco il destino delle nostre montagne e, per molti versi, anche di noi che le abitiamo e frequentiamo».

26 ottobre 2026