Strage di Lecco, le due "verità" dell'Anpi sui fucilati allo stadio
Lecco (Lècch) - Uno degli episodi più penosi della storia lecchese è la strage di militari della Repubblica sociale italiana fucilati allo stadio cittadino, il 28 aprile 1945, dopo la resa ai partigiani. Ora, sul luogo dell'esecuzione, l'Anpi lecchese ha apposto un cartello per giustificare il fattaccio con un presunto tradimento, ma la testimonianza di Cassin pubblicata dall'Anpi nazionale dice altro.
Il cartello affisso dall'Anpi di Lecco nei giorni scorsi sul muro della stadio di Lecco, in via Pascoli, è il terzo della serie. Il primo, una targa commemorativa, venne collocato una quindicina d'anni fa.
Recava i nomi dei 16 giovani militari fucilati nello stadio, e portava l'iscizione "in memoria degli ufficiali e sottufficiali delle forze armate della Rsi - Gruppo corazzato Leonessa e Battaglione Perugia della Gnr.
Seguivano i nominativi di tutti e la chiosa: "Qui fucilati il 28 aprile 1945". "L'offerta della loro vita sia di monito contro ogni risorgere dell'odio fraticida".
Questa lapide fu oggetto di numerosi vandalismi, fino al suo furto. In seguito il sindaco piddino Virginio Brivio ne appese un'altra, aprendo però la strada al giustificazionismo, col sostenere che i soldati della Rsi vennero fucilati perchè, dopo aver alzato bandiera bianca, "si resero responsabili di una "proditoria sparatoria" che costò la vita ad alcuni partigiani.
La stessa tesi è la ciliegina sulla torta del cartello affisso ora dall'Anpi, che non esita a snocciolare la parola tradimento. "Una bandiera bianca sventolò da una finestra della casa Panzeri e quattro partigiani uscirono allo scoperto per raccogliere la resa. Ma i fascisti spararono a tradimento: due partigiani restarono uccisi".
Questa tesi, però, non sta in piedi e dovrebbero saperlo in primis quelli dell'Anpi, visto che proprio sul loro sito nazionale viene riportata un'intervista al grande scalatore e partigiano Riccardo Cassin, che partecipò a quella battaglia e che chiarisce come veramente andò la faccenda della bandiera bianca.
«Io stesso - è il racconto di Cassin riportato sul sito nazionale dell'Anpi - venni ferito il mattino del 27, mentre dalla massicciata della ferrovia sparavo con un bazooka sui repubblichini asserragliati in un caseggiato. Caddero altri amici, Italo Casella, Angelo Negri, il liceale Alberto Picco, prima della resa degli assediati».
«Farfallino e altri tre - prosegue Cassin - saltarono su per la gioia: vennero fulminati sul posto da una raffica. In un'ala del fabbricato non si erano accorti che il loro comandante aveva esposto la bandiera bianca».
Testimonia Riccardo Cassin che da quella parte dell'edificio non avevano visto la bandiera bianca: dunque chi continuò a sparare non lo fece "proditoriamente", o per tradimento, ma solo perchè ancora non sapeva della resa. Quello divenne, però, il pretesto per procedere alla decimazione.
E con questo si potrebbe mettere in soffitta almeno il livore verso quei 16 giovani che, a guerra ormai finita, facevano parte di un convoglio di circa 160 militari graduati, volontari fascisti e soldati di leva, probabilmente diretti a Como per consegnarsi agli americani e che, invece, vennero intercettati dai partigiani a Lecco, dove alcuni di loro oggi riposano, nella cripta del Santuario della Beata Vergine della Vittoria.
G. F.
Nella foto-galleria: la testimonianza di Cassin nel sito Anpi, la corona di fiori che (un tempo) la Provincia di Lecco depositava sul luogo della fucilazione, la lapide rimossa e un giovanissimo caduto del Gruppo corazzato Leonessa.
28 aprile 2026
Rss

