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Lecco ricorda l'orrore delle Foibe: «Memoria cosciente e condivisa»

Lecco (Lècch) - Celebrato anche a Lecco il Giorno del Ricordo, che perpetua la memoria delle popolazioni istriane e giuliano-dalmate vittime della pulizia etnica, crimine di cui si macchiarono i partigiani comunisti del maresciallo Tito. Un ricordo a lungo obnubilato da una vile omertà ed oggi infangato da squallidi tentativi di negazionismo e giustificazionismo privi di ogni dignità storica.

Di seguito il discorso pronunciato nell'occasione dal sindaco di Lecco, Mauro Gattinoni, di fronte alle autorità civili e militari, ai rappresentanti delle associazioni, ai testimoni diretti o indiretti dell’esodo e ai loro famigliari.

Ci ritroviamo qui per onorare il Giorno del Ricordo, una ricorrenza che chiama la nostra comunità a un esercizio necessario: quello della memoria consapevole e condivisa.

Oggi siamo a ricordare che tra il 1943 e il 1947 migliaia di donne, uomini e bambini furono travolti dalla violenza, dalle persecuzioni, dalle uccisioni nelle foibe e dall’esodo forzato dalle terre giuliano-dalmate. Una tragedia che ha inciso profondamente nella storia nazionale.

Ricordare oggi significa riconoscere fino in fondo il dolore di quelle vittime e delle loro famiglie, senza gerarchie e senza strumentalizzazioni. Significa affermare che la sofferenza degli innocenti non può essere piegata a letture di parte, né utilizzata per alimentare nuove contrapposizioni.

La memoria, se vuole essere davvero tale, deve unire nella comprensione, non dividere nel rancore. Lecco conosce bene il valore dell’accoglienza.

Anche la nostra città seppe offrire una possibilità di futuro a chi era stato costretto ad abbandonare la propria terra, trasformando lo sradicamento in un nuovo inizio. È una pagina della nostra storia locale che parla di responsabilità, solidarietà e capacità di farsi comunità, anche nei momenti più difficili.

Lasciatemi, in questo senso, rivolgere un ricordo commosso ad Adriano Jadran Savarin, delegato dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia che, ogni anno, era qui con noi, in prima fila a portare la sua testimonianza di vita, di profugo istriano che a Lecco trovò accoglienza: a lui va tutta la nostra gratitudine per il suo instancabile impegno.

A ottant’anni da quegli eventi, il compito delle istituzioni è quello di custodire una memoria che sia rigorosa, rispettosa e capace di parlare alle nuove generazioni. Non per cristallizzare il passato, ma per trarne un insegnamento valido ancora oggi: ogni volta che l’odio, il nazionalismo esasperato e la negazione dell’altro prendono il sopravvento, le conseguenze ricadono sempre sulle persone più fragili.

Se il giorno del Ricordo ha un senso, come lo ha anche quello della Memoria appena celebrato, ecco che dobbiamo leggere la realtà con gli occhi della storia. E per questo voglio essere chiaro: sono rientrato Domenica notte da un viaggio istituzionale, con altri sindaci lombardi, nei territori palestinesi, da Betlemme a Gerico, passando per Gerusalemme.

Gli esperti, gli storici o i tribunali troveranno, nel tempo, il nome giusto per definire quanto giù sta accadendo. Ma io non posso tacere. Io racconto ciò che ho visto coi miei occhi: una popolazione scientificamente vessata nell’agire quotidiano, privata di acqua, cibo, elettricità, casa, terra.

Privata del lavoro, del sostentamento materiale per le proprie famiglie. È in corso una sostituzione programmata di manodopera palestinese con altri lavoratori importati dall’estero (da India e Bangladesh) da impiegare stagionalmente nei campi e nei cantieri edili; negli uffici pubblici scompaiono progressivamente i dipendenti palestinesi, i quali vengono metodicamente pagati con tre mesi di ritardo o alla metà dello stipendio (pagine già viste nella storia); dove, ad esempio, una maestra per entrare in classe alle 8 deve partire alle 4 di mattina, dovendo attraversare decine di checkpoint, dove recarsi al lavoro diviene un tormento quotidiano.

Perché insisto tanto parlando di lavoro? Perché il lavoro è fondamento di ogni libertà e della dignità, ce lo insegna la nostra Costituzione italiana nell’articolo primo. Ecco, di che cosa vogliamo fare ricordo? Di popolazioni martoriate! Di genti che per motivi etnici o religiosi sono costrette a fuggire dalle proprie case, costrette nei fatti a lasciare la propria terra, la propria famiglia, abbandonare la propria libertà!

Il Giorno del Ricordo ci chiede dunque uno sguardo lungo, che sappia agganciare la storia con il presente, la verità e le responsabilità. È con questo spirito che Lecco rinnova oggi il proprio impegno a ricordare, a comprendere e a costruire una convivenza di rispetto e pace.

Mauro Gattinoni

10 febbraio 2025