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Lecco, strage dello stadio: oblìo (quasi) totale per le 16 vittime

LA STRAGE OSCURATA. Il 28 aprile per Lecco è la data di uno degli episodi più terribili della sua storia recente: la fucilazione allo stadio Rigamonti-Ceppi di 16 giovani soldati della Repubblica sociale italiana che si erano arresi ai partigiani. Una decina di anni fa la Provincia di Lecco commemorò la strage, oggi anche a destra (quasi) tutti hanno fatto finta di non ricordare.

Ieri poche decine di persone, per lo più giovani, si sono presentati in via Pascoli. Qui, su un muro dello stadio cittadino, la Provincia di Lecco, presidente Daniele Nava, aveva apposto una lapide con i nomi di 16 militari ammazzati e deposto una corona di rose, presenti il consigliere comunale di palazzo Bovara Antonio Pasquini e la vicepresidente del Consiglio provinciale Francesca Colombo.

In seguito il Comune di Lecco, sindaco Virginio Brivio, la fece togliere per appenderne un'altra senza nomi e con la "verità partigiana" di quel massacro. Ieri, nel 79° anniversario, una trentina di persone ha portato una corona e affisso in quel punto preciso un manifesto con il simbolo dei reparti militari della Rsi e la scritta: «28 aprile 1945 Btg Leonessa Btg Perugia Presente!".

Un gesto di cittadini, mentre, al tempo della destra di governo, le istituzioni e vari politici che hanno fatto carriera non si sono visti a ricordare l'uccisione dei carristi del gruppo corazzato Leonessa e dei militi del battaglione Gnr Perugia.

Ma cosa accade quella fine di aprile del 1945? Caduta la linea Gotica, il 23 aprile gli alleati oltrepassano il Po. Le truppe tedesche e quelle della Repubblica sociale italiana, costituita da Mussolini dopo il crollo del suo ventennale regime nel settembre '43, sono ovunque in ritirata.

Alcuni reparti ripiegano verso la Valtellina, altri cercano di raggiungere a Como un centro di raccolta di prigionieri degli angloamericani. Una colonna di circa 200 militari della Rsi in movimento finisce per sbaglio nel rione di Pescarenico e viene attaccata da un numero molto superiore di partigiani, dotati di armamento pesante.

Dopo una lunga battaglia, ormai a corto di munizioni, il comandante dei soldati fascisti alza bandiera bianca: alcuni partigiani, allora, si lanciano subito allo scoperto ma vengono falciati, perchè un gruppo di militari, dal punto in cui si trovava, non può vedere il segnale della resa e continua a sparare.

Questa circostanza, fondamentale, viene riferita dal grande alpinista e partigiano Riccardo Cassin a Patria Indipendente, mensile dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia (dicembre 2002), documento rintracciato dal Corriere di Lecco: «Io stesso - dichiarò Cassin nell'intervista - venni ferito il mattino del 27, mentre dalla massicciata della ferrovia sparavo con un bazooka sui repubblichini asserragliati in un caseggiato. Caddero altri amici, Italo Casella, Angelo Negri, il liceale Alberto Picco, prima della resa degli assediati. Farfallino e altri tre saltarono su per la gioia: vennero fulminati sul posto da una raffica. In un'ala del fabbricato non si erano accorti che il loro comandante aveva esposto la bandiera bianca».

Dunque, non vi fu alcun volontario tradimento della bandiera bianca, ma questa divenne la motivazione per giustificare la fucilazione dei prigionieri, sentenza poi "mitigata" in decimazione. La triste vicenda ha offerto allo scrittore lecchese Giuseppe Arnaboldi Riva materia per un libro sui ragazzi che vennero fucilati, "Le braccia del padre".

Arnaboldi Riva fu colpito dalla circostanza che alcuni di quei militari si fecero avanti spontaneamente per essere fucilati al posto dei loro commilitoni più giovani. Cosi cercò documenti su quelle vite spezzate ed ebbe la sorpresa di scoprire che qualcuno li definiva "bravi giovani", come scrisse di loro don Luigi Brusa, il rettore del Santuario della Vittoria, che li confessò, descrivendoli nella sua relazione come giovani animati da sentimenti di libertà della Patria, di giustizia sociale e pietà cristiana, i quali affrontarono il plotone di esecuzione con dignità e ricevendo i sacramenti, perdonando i loro carnefici, lasciando ai famigliari lettere in cui li esortavano a non odiare nessuno.

Oggi alcuni di loro riposano per sempre nella cripta del santuario di Lecco dedicato a Nostra Signora della Vittoria. Sepolti in tutti i sensi: la politica, la città perbene, preferisce non farsi disturbare da quel ricordo politicamente scorretto.

Nella foto-galleria: la corona e il manifesto portati ieri sul luogo della strage; la lapide con i nomi delle vittime posta dalla Provincia e poi rimossa dal Comune; la lapide posta dal Comune con la tesi smentita della sparatoria "proditoria"; la testimonianza di Cassin riportata nel sito dei partigiani.

29 aprile 2024