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Lecco ricorda con un libro i 16 soldati della Rsi fucilati allo stadio

Lecco (Lècch) - A Lecco qualcuno ricorda la strage dei 16 legionari della Rsi, ufficiali e sottufficiali, che, il 28 aprile 1945, vollero essere fucilati al posto di altri pari grado o commilitoni più giovani di loro. Da quel gesto nasce un libro politicamente scorretto, "Le braccia del padre", che nei prossimi giorni verrà presentato in città.

L'appuntamento è per venerdì prossimo, 12 aprile, alle ore 20,30 presso l'Hotel "Don Abbondio" di piazza Era a Lecco. Il libro verrà presentato dall'autore, lo scrittore lecchese Giuseppe Arnaboldi Riva, presenta l'on. Marco Osnato, introduce Giacomo Zamperini con moderatore Fabrizio Simone, partecipa Emanuele Mauri. Saranno esposte opere di Vitalba dedicate all'evento.

Il 28 aprile 1945, infatti, 16 ufficiali e sottufficiali del Gruppo Corazzato “Leonessa” e del Battaglione Gnr “Perugia" della Repubblica sociale italiana vennero fucilati dopo la resa. La colonna, in ritirata verso Como, era stata attaccata nel rione di Pescarenico da un numero molto superiore di partigiani, dotati di armamento pesante. Dopo una lunga battaglia, ormai a corto di munizioni, i fascisti alzarono bandiera bianca: alcuni partigiani, allora, si lanciarono allo scoperto ma vennero subito falciati, perchè, come abbiamo potuto appurare dalla testimonianza del famoso partigiano che prese parte a quei fatti, un reparto di militari non poteva vedere il segnale della resa e continuò a sparare. Per questo presunto tradimento, venne decisa la fucilazione dei prigionieri, sentenza poi "mitigata" in decimazione.

Veniamo ai tempi nostri: la Provincia, allora a guida centrodestra, aveva ricordato i nomi delle vittime con una lapide che, in seguito, è stata rimossa e sostituita dal sindaco del Pd. Nella nuova targa sono stati censurati i nomi delle vittime e, in compenso, è stata aggiunta la motivazione "partigiana" della fucilazione. I militari, cioè, avrebbero esposto la bandiera bianca e finto la resa per sparare "proditoriamente" contro i partigiani.

Versione di fatto smentita in una intervista del partigiano e mitico alpinista Riccardo Cassin a Patria Indipendente, mensile dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia (dicembre 2002), documento rintracciato dal corrieredilecco.it: «Io stesso - dichiarò Cassin nell'intervista - venni ferito il mattino del 27, mentre dalla massicciata della ferrovia sparavo con un bazooka sui repubblichini asserragliati in un caseggiato. Caddero altri amici, Italo Casella, Angelo Negri, il liceale Alberto Picco, prima della resa degli assediati. Farfallino e altri tre saltarono su per la gioia: vennero fulminati sul posto da una raffica. In un'ala del fabbricato non si erano accorti che il loro comandante aveva esposto la bandiera bianca».

Dunque, testimonia Cassin, da quell'ala del fabbricato la bandiera bianca non si vedeva: chi continuò a sparare non lo fece "proditoriamente", come dice la lapide, ma solo perchè non sapeva della resa. L'autore di "Le braccia del padre" è andato a scavare tra quei morti, scoprendo ragazzi che combatterono con valore e sino alla fine delle munizioni, di fronte a forze partigiane numericamente molto superiori e dotate di armamento pesante.

Ma soprattutto, come testimoniano le ultime lettere ai famigliari, Arnaboldi Riva ebbe la sorpresa di trovare dei "bravi giovani", come scrisse di loro don Luigi Brusa, il rettore del Santuario della Vittoria che li confessò, descrivendoli nella sua relazione come ragazzi animati da sentimenti di libertà della Patria, di giustizia sociale, e pietà cristiana, i quali affrontarono il plotone di esecuzione con dignità e ricevendo i sacramenti, perdonando i loro carnefici, lasciando ai famigliari lettere in cui li esortavano a non odiare.

Lo scrittore Giuseppe Arnaboldi Riva, cantore di sentimenti, anche in questa cruenta vicenda ha trovato l'aureo filone che esalta le proprie doti letterarie: la toccante storia della piccola Mila, figlia del giovane tenente Bernardino Bernardini, sulle cui tracce si è messo in cammino. Ancora fanciulla, bellissima ragazza, deciderà di dedicare la propria vita esclusivamente alla memoria del padre ucciso a Lecco: cercherà e sposerà, in casta unione, un reduce della battaglia di Pescarenico, uno di quei 160 militari (all'epoca dei tragici fatti appena diciannovenne) salvati dal sacrificio dei 16 fucilati.

Nella galleria fotografica: la lapide posta dalla Provincia e poi rimossa dal Comune di Lecco; la nuova lapide; la locandina dell'evento.

10 aprile 2019