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Sulla targa ai fascisti, Brivio crederà a Cassin o a Venturini?

Lecco - Imu e disoccupati? Neanche per sogno, al Consiglio comunale di Lecco la massima urgenza consiste nel dibattito sulla rimozione della targa in memoria dei 16 militari della Repubblica sociale italiana fucilati nello stadio. Uno show che offre visibilità ad alcuni, ma che imbarazza lo stesso sindaco Virginio Brivio. Anche perchè su quei ragazzi ammazzati comincia a venir fuori un'altra storia...

SPARATO A TRADIMENTO. All'orgine dell'attacco alla targa di via Pascoli, c'è una mozione del consigliere comunale Ezio Venturini (Italia dei valori). Dopo 10 anni di permanenza della piccola lapide, il dipietrista e un gruppetto di sostenitori (specie esponenti della Cgil) ne chiedono l'immediata rimozione. Le motivazioni risiedono nel fatto che quei fucilati nello stadio cittadino il 28 aprile 1945, e che oggi riposano nella cripta del Santuario delle Vittorie, vennero giustiziati per aver sparato a tradimento contro i partigiani, dunque non meritano alcuna memoria.

CONDANNA A MORTE. Questa fu anche la giustificazione di un eccidio che, a distanza di 70 anni, molti, in coscienza, non si sentono di avallare. I 16 fucilati, ufficiali e sottufficiali in gran parte di età inferiore ai 20 anni, erano soldati regolari appartenenti a un esercito belligerante riconosciuto come tale anche dal nemico: si trattava, infatti, di militari dei battaglioni Leonessa e Perugia della Rsi, che stavano ripiegando verso Como. A Lecco vennero affontati da un numero molto superiore di partigiani, armati anche di bazooka, e costretti alla resa, si dice con l'onore delle armi, dopo due giorni di combattimenti. L'episodio si concluse con la fucilazione dei graduati nello stadio, dopo la condanna a morte pronunciata da un cosiddetto tribunale del popolo.

IMPROBABILI TRIBUNALI. Quella sentenza, che dovrebbe giustificare la strage e motivare il rifiuto della targa, ora viene messa in discussione anche a sinistra. Sul quotidiano online leccoprovincia.it, il direttore Enrico Baroncelli ha espresso dubbi circa la verità di quell'accusa, riflettendo sul fatto che "improbabili Tribunali partigiani improvvisati condannarono a morte centinaia, se non migliaia, di ufficiali e miliziani catturati". "Naturalmente - ha scritto Baroncelli - noi non potremo mai sapere se è vero, oppure come diremmo oggi una "pezza giustificativa" messa a posteriori, che i fascisti a Lecco ripresero a sparare dopo avere issato bandiera bianca, nell'ultimo scontro avuto con le milizie partigiane in Corso Martiri a Lecco". Una presa di posizione che ha dato seguito a numerosi interventi, alcuni dei quali hanno fornito anche contributi storici sin qui ignorati o sottaciuti.

DOCUMENTO DAL SITO ANPI. Il più significativo è l'intervento di un lettore che ripropone un documento tratto dal sito dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia. Si tratta della testimonianza del grande scalatore Riccardo Cassin, il quale fu partigiano e, il 26 aprile 1945, prese parte all'attacco contro quei reparti della Rsi in transito alle porte di Lecco. Con la sua testimonianza, attinta dal sito partigiano, Cassin sgombera ogni equivoco. I fascisti che continuarono a sparare anche dopo la resa del loro comandante, erano asserragliati in un edifico da cui non potevano veder la bandiera bianca: non vi fu, dunque, alcun tradimento che giustificasse le 16 condanne a morte.

RETTORE DELLA VITTORIA. Testimonianza, quella di Cassin, che fa il paio con il rapporto dell'allora rettore del Santuario delle Vittorie, il sacerdote Luigi Brusa. "Non vi posso dire - afferma don Brusa - la gioia di questi bravi giovani quando si son visti vicino a loro il Sacerdote di Dio. Tutti si sono Confessati ed hanno ricevuto la Santa Comunione pochi istanti prima della morte". Ben difficilmente il sacerdote, messo nelle condizioni di conoscere la verità in quanto confessore, avrebbe definito "bravi giovani" quei soldati se davvero avessero sparato a tradimento.

LA TESTIMONIANZA DELLO SCALATORE. Veniamo a Cassin. Sul sito dell'Anpi (Associazione nazionale partigiani), nella sezione Donne e uomini della Resistenza, si dedica una pagina allo scalatore lecchese. "Sulla vita di Riccardo Cassin - si legge - è stato anche pubblicato un libro. Ci limitiamo qui a ricordare di Cassin l'impegno nella Resistenza, stralciando dall'articolo che, nel dicembre 2002, Sergio Giuntini ha pubblicato su Patria Indipendente (mensile dell'Anpi, ndr)". Ed ecco la testimonianza del grande alpinista. "Il 26 aprile 1945 - ricorda Cassin - affrontammo 300 uomini bene armati delle Brigate Nere che tentavano di raggiungere la colonna Mussolini nell'Alto Lario. Nei primi scontri cadde Alfonso Crotta, poi Vittorio Ratti, con cui avevo effettuato due belle prime: sulla Nord della cima Ovest della Lavaredo e sulla Nord Est del Badile. Io stesso venni ferito il mattino del 27, mentre dalla massicciata della ferrovia sparavo con un bazooka sui repubblichini asserragliati in un caseggiato. Caddero altri amici, Italo Casella, Angelo Negri, il liceale Alberto Picco, prima della resa degli assediati. Farfallino e altri tre saltarono su per la gioia: vennero fulminati sul posto da una raffica. In un'ala del fabbricato non si erano accorti che il loro comandante aveva esposto la bandiera bianca". Da quell'ala del fabbricato, la bandiera bianca non si vide. Tradimento, insomma, non vi fu, ma 16 ragazzi vennero fucilati. A 70 anni da quei fatti, si propone il dilemma: il sindaco Brivio crederà a Cassin o a Venturini?

14 maggio 2012